Rami di corallo, scarti d’argento e pazzia.

Immagino di avervelo già raccontato ma, forse, no.
Nelle giornate in cui sono particolarmente soddisfatta di quello che ho creato, non riesco a separarmi da metallo e attrezzi, nemmeno quando arriva il momento in cui la stanchezza è tanta. Piuttosto che abbandonare il banco da orafo, io inizio a giocare con quello che ho davanti, mettendo insieme rimasugli, provando attrezzi nuovi, accostando cose strane . Quasi sempre non ne viene fuori nulla, se non qualche spunto o idea da sviluppare. Qualche volta invece, dal divagare, nasce un gioiello. Strampalato, bizzarro oltre ogni mia bizzarria ma nasce, è lì.
Ecco, quello di oggi è uno di quei Freak che nascono nelle serate troppo appassionate per cedere alla stanchezza.
Rami di corallo, scarti d’argento e pazzia.

Liberi e Sperimentali

Come già accennato sulla pagina di facebook e nell’articolo precedente (quello sui miei 45 anni nevvero!), l’anno passato è stato un anno di grande distanza dai gioielli e dal banco da orafo. Ho creato poco, scritto poco, fotografato poco. Questo non certo perché io abbia intenzione di abbandonare questo grande amore ma solo perché mi sono dedicata ad un progetto diverso, che ha assorbito (quasi) tutte le mie energie: dopo tanti anni passati a desiderare una casa con un terrazzo, io e il mio compagno siamo riusciti a concretizzare questo sogno e, meraviglia per l’architetto dormiente che sta nella mia testa, la casa era tutta da ristrutturare. Capite bene che un cuore ed un cervello creativo possono ospitare (contemporaneamente) molto ma non tutto e se “la passione spesso conduce a soddisfare le proprie voglie” beh, bisogna assecondarla!
L’anno 2017 dunque mi ha vista fare la giardiniera e l’architetto più che l’artigiana e, in questo tempo di stasi, ho maturato un paio di riflessioni su cosa e come vorrei continuare a creare.

Girocollo acquamarina con pendente in argento

Punto numero uno: davvero voglio che questo amore sia un lavoro come in passato? Io credo di no, che questo non sia più il mio desiderio. La verità è che ho sempre fatto una gran fatica a rispettare le logiche che consentono di potersi mantenere facendo gioielli. Fatica perché io viaggio sulle ali dell’irrazionale passione che trascina la testa e le mani verso ciò che mi attrae sul momento: sono una gazza-ladra che un giorno ha voglia di creare un gioiello enorme e l’altro si concentra sugli orecchini a lobo, un giorno annoda filo d’argento e quello dopo martello come un fabbro. Per me seguire l’idea è dipendenza allo stato puro e quando cerco di darmi delle regole, si spegne il mio interruttore creativo e sosto davanti al banco senza concludere nulla di buono.
Quindi, per me, niente più obiettivi economici, niente più mercati, niente più gioielli “vendibili”: sarò un’ “hobbista” che crea e vende solo on-line, con buona pace dei traguardi economici e professionali (non vivo d’aria neeeh, ho un altro mestiere!)

Pendente con rubino, crisoprasio, perla barocca

Punto numero due: le parole, mio cruccio e gaudio. Quando cominciai a fare gioielli e per lungo tempo, ho dato un nome alle mie creature. Le ho nominate, ho cercato per loro canzoni e poesie, le ho accompagnate con frasi che mi colpivano e che mi sembrava avere un senso accostare agli Ornamenti Sperimentali. Poi, durante tutto l’anno scorso, in cui ho osservato e frequentato il mondo orafo quasi solo da spettatrice, ammirando il lavoro di altre persone, leggendo e osservando gli accostamenti che fanno fra gioielli e le parole, ho compreso che queste  similitudini sono affascinanti ma limitanti.
Io credo che, quando si crea un manufatto e lo si propone ad altri si offre, senza possibilità di non farlo, qualcosa di personale (più o meno personale ovviamente, ogni artigiano trasmette quello che gli garba) e, il ricevente, che ha la propria identità, riceverà, sì, ma aggiungendo, interpretando, vedendo in quel manufatto qualche cosa che va oltre l’idea del creatore. Insomma, per dirla in breve: se il rosso fosse il colore che a me dona pace e serenità e proponessi una bella tazza rosso fuoco chiamandola “colazione zen” e a voi il rosso trasmettesse invece energia ed elettricità, guardereste la mia tazza, leggereste il suo nome e qualcosa striderebbe perché il nostro punto di incontro sarebbe forzato dalla mia lettura, opposta alla vostra.
Invece, la magia dell’incontro attraverso l’oggetto, è proprio la possibilità di evitare le parole: io creo e ciò che di mio sta nell’oggetto arriva a colpire un altro per motivi che, probabilmente, nulla hanno a che vedere con me. Ma l’incontro avviene, lo scambio funziona e un messaggio arriva.
Quindi, da oggi, niente più nomi né citazioni né canzoni per gli Ornamenti Sperimentali; solo forma, colore, materia.
In conclusione: io ci sarò, gli Ornamenti Sperimentali ci saranno e saremo tutti sempre più sperimentali e liberi.
A presto!
Giorgia