Un diamante è per sempre

Finalmente era arrivato il grande giorno: oggi Lui le avrebbe chiesto di sposarla. Che emozione, non vedeva l’ora! Aveva sempre adorato quel momento unico in cui Lui la guardava con occhi incantati, il mento più saldo, visibilmente concentrato per la consapevolezza che il momento era speciale, uno di quelli che segnano per sempre una linea di confine fra il Prima ed il Dopo. Le piaceva l’idea di essere, ancora una volta, quella linea che divide la vita di qualcun altro; pensò con meraviglia che lei era davvero una creatura indimenticabile.
Si guardò allo specchio giubilante, battè le mani, gioendo come una bimba, saltellando anche, allegra come una danza. Facendo tintinnare la lunga catena che portava al collo, accarezzandone ogni anello con affetto, la infilò sotto la camicetta, sistemò il trucco, pettinò con cura i capelli e continuò a vestirsi. Voleva essere bella, bellissima, la più speciale delle future spose, per Lui, perché il ricordo di quel momento fosse eterno.
Alle sue spalle, pronte per la partenza, le valigie, in borsetta il biglietto del treno.
Sospiró, in attesa che il campanello squillasse, impaziente: avrebbero cenato nel loro ristorante preferito, lei avrebbe scelto il dolce, lui avrebbe ordinato il vino giusto e, commosso, avrebbe infilato al suo dito l’anello, carico della più sincera delle promesse. Chissà quale aveva scelto? Chissà se aveva optato, quasi come tutti gli altri, per un diamante solitario, commoventemente simbolico o magari, come pochi, aveva voluto qualcosa di più innovativo? I diamanti le piacevano molto ma non disdegnava cambiare genere ogni tanto; la lunga catena, sotto la camicetta, sembrò emanare un piacevole tepore e le ricordò che questo era davvero un Lui speciale: la chiedeva in sposa nel giorno del suo compleanno.
Il fatto che fosse molto romantico le era piaciuto moltissimo perché infrangere il cuore di uomini gretti era poco gratificante; questo Lui, invece, ne era certa, avrebbe sofferto a lungo per il suo abbandono e questo la riempiva di orgoglio per l’ennesimo lavoro ben fatto: le sue sorelle sarebbero state soddisfatte di lei e ben presto la sua catena di trofei sarebbe stata completa.

Un padre

Anche stamattina fa caldo. Come sempre ormai. Dopo il Grande Evento fa sempre caldo. Dicono che durerà parecchio, che potremmo non sentire più freddo.
Era bello il freddo, soprattutto oggi, la mattina del mio compleanno, quando i vetri erano appannati e fuori tutto era bianco e la luce faceva brillare le stalattiti di ghiaccio. Se penso a tutte le volte che ho desiderato d’esser nata in una giornata d’estate, per festeggiare organizzando feste in piscina anziché al lago ghiacciato, dove finivamo sempre a gambe all’aria perché nessuno era davvero capace di pattinarci sopra, mi sembra tutto ancora più irreale. Chi l’avrebbe immaginato mai? Che un giorno, dopo aver avuto quello che tanto avevo sognato, un compleanno al caldo,  lo avrei odiato il dannato sole che, feroce e immobile, illumina lo scempio fuori dalla mia finestra.diopside stellato
È tutto diverso ora, la vita è sottosopra, compreso mio padre che mi chiama e mi dice che c’è un regalo per me. Una volta, dei regali, si occupava la mamma; si occupava della colazione, della scuola, di preparare la cena ma ora, con l’inversione dei Climi, tutti abbiamo cambiato posto e anche mio padre, nel suo nuovo ruolo, si arrangia come può. Prima, con me, lui non ha mai passato molto tempo, lavorava talmente tanto, fuori casa, che ci si vedeva a cena e, ogni tanto, la domenica. Ora il Grande Evento ha cambiato l’ordine delle cose, ovunque e per tutti, anche per noi.
Corro giù dalle scale perché la sua voce si fa sempre più impaziente, chissà cosa si è inventato per festeggiare.  Arrivo in cucina, mi siedo e ancora prima di tirare fuori la tazza per il the, mi mette sotto il naso una scatolina di legno e mi dice “Buon compleanno!”, sorridendo trepidante; dev’essere riuscito a trovare qualcosa di introvabile. Apro la scatola, mentre lo sento agitarsi davanti a me.
Quello che vedo è di una bruttezza incredibile. Mi giro la spilla fra le mani; un volto strampalato, tutto storto, mi osserva con occhi strabici: due zaffiri stellati, montati al contrario, mi osservano di traverso, mentre la bocca ghigna nervosa lasciandomi presupporre che quella smorfia avrebbe dovuto essere un sorriso. Lo sento, emozionato, che dice “Sono le tue pietre preferite, hai visto? Le ho scovate per caso durante una passeggiata giù in centro e poi ho cercato qualcuno che le montasse. Orafi non ne ho trovati, però un tizio che costruisce modellini di automobili ha detto che riusciva a farmi una spilla. Ti piace?”
“Certo papà! È bellissima. Grazie!”
Chissenefrega se è orrida, la metterò sempre, perché si è ricordato del mio compleanno, della mia pietra preferita e ha sicuramente litigato con mamma perché il tizio dei modellini gli avrà fregato un sacco di soldi per combinare questa cosa. Alla fine, se lui è felice, cosa importa se tutto il resto è sbagliato?

Terra

Anello in ambra e argento

Davanti a loro danzavano nel vento migliaia di foglie, gli alberi cantavano rumorosi, mentre i nuovi cloni svolazzavano tutto attorno; anche la vallata era finalmente completata ed era abbinata magistralmente col cielo blu, ravvivato da larghe formazioni nuvolose che si muovevano trasportate dalle correnti d’aria. Ammirando il risultato ottenuto si dissero che avevano fatto davvero un ottimo lavoro: questa sarebbe stata, senza dubbio alcuno, l’impresa vincitrice del concorso “Crea un mondo nuovo”, la gara che teneva impegnati la maggior parti dei laureandi marziani durante gli ultimi anni di studio. Decenni prima, quando su Marte avevano iniziato a sentirsi stufi di essere gli unici esseri viventi nel raggio di migliaia di universi, qualcuno aveva lanciato l’idea di andare sui mondi limitrofi ad accelerare i processi evolutivi; dopo aver discusso a lungo circa le modalità con cui attuare l’idea e poiché un’operazione di questo genere richiedeva grande senso di responsabilità e parecchia prudenza, s’era deciso di consentirne la realizzazione solo agli studenti anziani, che avevano entusiasmo, conoscenza e rigore morale sufficiente da poter essere lasciati liberi di sbizzarrirsi senza il rischio di ritrovarsi, come vicini di casa, dei mostri pericolosi.
Artl e Zxat avevano sognato da sempre di inventarsi un mondo nuovo, la Terra: da che ne avevano le capacità avevano creato modellini, inventato forme organiche vegetali, animali e minerali; per anni si erano divertiti a sperimentare  perchè, quando finalmente avessero potuto partecipare al concorso, volevano dare vita al progetto più grandioso mai visto; si erano occupati degli aspetti ambientali, delle concatenazioni biologiche e, non ultimo, dell’estetica dei vari ambienti perché lo volevano bello questo pianeta, ricco di tutti i colori immaginabili, pieno di forme, di suoni, di luci, di colori, volevano una realtà in movimento ed ora che il loro progetto era finalmente realtà, lo guardavano con ammirazione.
“Se abbiamo concluso, direi che possiamo andare” disse Zxat. “E’ venuto il momento di portare a casa i brevetti di tutti gli elementi e di depositare al sicuro le resine genetiche contenenti i codici di programmazione.” Le gocce d’ambra, ordinatamente allineate nelle loro cassette, lasciavano intravedere il contenuto dei progetti volanti e di quelli natanti, il grande orgoglio di Zxat che, pronunciando queste parole, guardava con affetto le piccole meraviglie che aveva ideato con tanta fantasia.
Artl, girandosi sorridente, mentre terminava di caricare l’ultimo gruppo di resine, suggerì: “E se ne lasciassimo qualcuna qui in giro? Chissà, magari, quando l’evoluzione che abbiamo accelerato avrà dato vita ad esseri simili a noi, qualcuno saprà leggere le resine e verranno a cercarci. Non mi dispiacerebbe poter conoscere dei nuovi cugini”.