Tic Tac

Inizia con oggi un nuovo capitolo del Blog, un piccolo progetto che ho in mente da mesi.
Racconti di pietra saranno brevi storie che girano attorno alle mie amate pietre. Non necessariamente storie di gioielli, semplicemente fantasie con un cuore sfaccettato.

A voi il mio primo racconto, buona lettura!

Tic Tac
In ritardo, ancora una volta. Sempre così. Correva fuori di casa convinta di aver calcolato tutto alla perfezione e poi, una volta arrivata, si ritrovava a dover constatare incredula che, di nuovo, il tempo era scivolato via in fretta, in fuga da uno spiraglio invisibile, come sabbia uscita da una clessidra chiusa male che, suo malgrado, proprio non riusciva a riparare.
Non era sempre stato così il suo tempo, non era sempre stato di fretta. Anni prima non lo rincorreva a tutti gli angoli della giornata cercando di bloccarne il transito al minuto giusto. Anni prima, semplicemente, guardava l’orologio, calcolava quanti minuti ci volessero da qui a lì e da sopra a sotto e basta, insomma, come tutte le persone normali, arrivava dove doveva arrivare, quando doveva arrivare. Poi il tempo aveva deciso di cominciare a fare di testa sua e lei s’era dovuta adeguare; aveva imparato a camminare più in fretta, a scansare le porte chiuse, a inventare storie plausibili per le occasioni in cui arrivare in ritardo era un atto quasi delittuoso.
Forse, pensò correndo lungo la scala, forse dovrei comperare un orologio. Uno vero, come quello che avevo quando ero ancora padrona del mio tempo. L’idea le era venuta già la settimana precedente quando, per non rischiare di perdere l’inizio della prima lezione del corso di scrittura, aveva incaricato la sua migliore amica di occuparsi dell’intera programmazione della giornata: erano uscite insieme per andare in ufficio, insieme avevano pranzato e, senza che lei avesse mai guardato l’ora, Stella l’aveva guidata da un impegno all’altro, puntuale, fino all’aula giusta. Il corso si teneva in una scuola elementare, di quelle con l’androne grande, i bidelli severi e le finestre da cui staccare lo stucco quando inizia a fare primavera. Sedendosi sulla seggiolina di legno coi profili rossi, mentre guardava per la prima volta, quel giorno, lo schermo del telefono per verificare che, davvero, fosse l’ora giusta, pensò che, quando andava a scuola, l’ora la guardava da un orologio con le lancette. Non sapeva dire chi le avesse regalato il suo primo orologio, né come avesse imparato a leggerlo, sapeva solo che, fino a che la sua vita era stata quella di una studentessa, ne aveva sempre avuto al polso uno. Al polso sinistro perché, quando scriveva, preferiva avere la mano destra leggera. Forse era colpa del cellulare, aveva pensato. Davvero aveva iniziato a perdere i suoi preziosi minuti da quando aveva un cellulare? Forse sì, forse era l’orologio con le lancette la guida fedele che portava a spasso le sue giornate, senza lasciarle scivolare su ogni stupido contrattempo che il caso continuava a metterle fra i piedi.
Stasera, in ritardo per la seconda lezione di scrittura, mentre saliva in fretta la scala di granito grigio, le tornò in mente il pensiero della settimana precedente e decise che sì, era venuto il momento di acquistare un orologio nuovo.
Il negozio era vecchio e rassicurante, tutto specchi e banconi di legno scuro, assolutamente in contrasto con l’uomo che le stava mostrando gli orologi; lui, al contrario di tutto l’intorno, sembrava uscito da un frullatore: i capelli in disordine, i vestiti tutti scapestrati e abbinati che nemmeno a occhi chiusi si sarebbe potuto metter vicini tutti quei colori; quanti anni avrà avuto? una ventina? Un ragazzino vestito da pagliaccio in un negozio del secolo scorso. Gli raccontò che era una ritardataria cronica e che la colpa era tutta del telefono cellulare. Gli raccontò del corso e di come aveva capito che l’unico modo per ritrovare il suo tempo perduto fosse quello di comperare un orologio nuovo. Il ragazzino la ascoltò, annuì decisamente e corse verso la cassaforte a muro, spostò le leve, schiacciò i tasti, ruotò la maniglia e spalancò la mastodontica porta d’acciaio, allungò la mano e porgendole una scatola di latta le disse “Ecco qui, questo è quello che fa per Lei, lo provi”. L’orologio era perfetto, la misura giusta, il colore giusto, il quadrante lucido e le lancette appuntite. Uscendo dal negozio ringraziò il suo giovane salvatore e mentre si voltava, lo udì ammonirla “Sono i rubini il segreto, senza pietre il tempo scappa via”.
Petra Rubini ebbe un brivido, sollevò il polso sinistro e si rese conto di essere in perfetto orario.